La croce, per Simone, era un privilegio per l’anima:
«Per il privilegio di trovarmi prima di morire in una situazione perfettamente simile a quella del Cristo quando, sulla croce, diceva “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, per questo privilegio, rinuncerei volentieri a tutto ciò che si chiama Paradiso». La ricerca della Croce, però, non andava fatta per soddisfare le esigenze del proprio Io né tantomeno quelle del gruppo al quale si apparteneva; essa, infatti, doveva porsi come obiettivo quello di sfuggire alla tentazione di amare la croce per la sua implicita promessa di risurrezione. Simone scriveva:
«Gridare così durante il nostro breve e interminabile, interminabile e breve soggiorno quaggiù, poi sparire nel nulla – questo è sufficiente; cosa chiedere di più? Se Dio accorda di più è affar suo; noi lo sapremo più tardi. Io preferisco supporre che anche nel caso migliore, Egli non accordi che questo. Perché in questo è la pienezza della soddisfazione – se solo, da ora fino all’istante della morte, potesse non esserci altra parola nella mia anima che questo grido ininterrotto nel silenzio eterno»

Cfr. SCHENA C., La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce, p. 

Cosimo Schena